L'ultimo sfratto
28. L'ultimo sfratto
«C'ero io solo, operaio sfinito»
All'inizio di marzo, don Bosco riceve dai fratelli Filippi una lettera che lo getta nello sconforto. «I suoi giovani stanno facendo del nostro prato un deserto - scrivevano -. Anche le radici dell'erba sono consumate dal calpestio continuo. Le condoniamo volentieri il fitto scaduto, ma entro quindici giorni deve lasciar libero il prato. Non possiamo concedere dilazioni» (Memorie, 133).
Provò a ragionare con i fratelli, andò a parlare con la loro madre. Niente da fare. Cercò di affittare un altro prato, ma chi affitta ad un pazzo?
«Arrivò l'ultima domenica in cui potevo radunare l'Oratorio sul prato... La sera di quel giorno fissai a lungo la moltitudine dei ragazzi che giocavano. Era la "messe abbondante" del Signore. Ma operai non ce n'erano. C'ero io solo, operaio sfinito, con la salute malandata. Avrei ancora potuto radunare i miei ragazzi? Dove?
Mi ritirai in disparte, cominciai a passeggiare da solo e mi misi a piangere.
- Mio Dio - esclamai -, perché non mi indicate il luogo dove portare l'Oratorio? Fatemi capire dov'è, oppure ditemi cosa devo fare.
Avevo appena detto queste parole, quando arrivò un certo Pancrazio Soave, che balbettando mi disse:
- È’ vero che lei cerca un luogo per fare un laboratorio?
- Non un laboratorio, ma un oratorio.
- Non so che differenza ci sia. Ad ogni modo il posto c'è. Venga a vederlo. È’ proprietà del signor Francesco Pinardi, persona onesta. Venga e farà un buon contratto» (Memorie, 137).
(Nelle Memorie, scritte in gran parte tra il 1873 e il 1875, don Bosco fa un po' di pasticcio con i numeri: date e cifre. L'ultimo giorno sul prato non fu il 15 marzo, come lui scrive, né il 15 aprile, come corresse don Bonetti. Fu probabilmente l'8 marzo, pri-
ma domenica di quaresima. Lo si ricava da una lettera da lui scritta al Municipio e ritrovata recentemente).
Accompagnato da Pancrazio Soave, arrivai davanti a una casupola a un solo piano, con scale e balcone di legno tarlato. Attorno c'erano orti, prati, campi. Stavo per salire su per la scala, quando il signor Pinardi mi disse:
- No. Il luogo per lei è qui dietro.
Era una lunga tettoia (15 metri per 6) che da un lato si appoggiava al muro della casa, dall'altro scendeva fino a un metro da terra. Poteva servire da magazzino o da legnaia, non per altro. Ci sono entrato a testa bassa, per non picchiare contro il tetto».
Francesco Pinardi, il proprietario della casa, era un immigrato di Arcisate (Varese). Aveva acquistato la casa nemmeno un anno prima, il 14 luglio 1845. Il 10 novembre aveva dato in affitto tutto il fabbricato (eccetto la tettoia in costruzione) a Pancrazio Soave, immigrato da Verolengo (Torino), che aveva tentato di impiantarvi una fabbrica di amido.
L'ultimo Rosario sull'erba
«- Troppo bassa, non mi serve - dissi.
- La farò aggiustare come vuole - rispose cortesemente Pinardi -. Scaverò, farò gradini, cambierò pavimento. Ma ci tengo che faccia qui il suo laboratorio.
- Non un laboratorio, ma un oratorio, una piccola chiesa per radunare dei ragazzi.
- Meglio ancora. (...)
Quel brav'uomo era veramente contento di avere una chiesa in casa sua.
- Mio caro amico - gli dissi - la ringrazio della sua buona volontà. Se mi garantisce che abbasserà il terreno di 50 centimetri, posso accettare. Ma quanto vuole d'affitto?
- Trecento lire. (...)
- Gliene do trecentoventi, a patto che mi affitti anche la striscia di terra che corre intorno alla tettoia, per farvi giocare i ragazzi. (...)
- D'accordo. Contratto concluso. (...)
Tornai di corsa dai giovani, li raccolsi attorno a me e mi misi a gridare:
- Allegri, figli miei! Abbiamo l'oratorio dal quale più nessuno ci manderà via. Avremo chiesa, scuola e cortile per saltare e giocare. (...) È là, in casa di Francesco Pinardi! - e con la mano indicai il luogo.
Le mie parole fuono accolte con entusiasmo indescrivibile.(...) Ci siamo inginocchiati sull'erba per l'ultima volta, e abbiamo recitato il Rosario» (Memorie, 140).
Giovanni B. Francesia, compagno dei ragazzi che migrarono dal prato Filippi alla tettoia Pinardi, scrive che a trasformare la tettoia in cappella «posero mano don Bosco, i ragazzi e l'antico proprietario» (VBP, 118). Dopo una lunga giornata di lavoro, i piccoli muratori e i giovani meccanici vengono a dare una mano a don Bosco. Carriole, badili, secchie di calcina. Volti già stanchi eppure sereni, braccia giovani che lavorano per costruire la loro chiesa, il loro Oratorio. Quel battere, piantare, levigare è una musica grande.
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